IL RESTAURO E LA CREAZIONE

“Il falegname e la poetessa, il restauro e la creazione, quasi un ossimoro (…)”.

Ma lo è davvero? Da qui parte una mia riflessione sfociata da uno spunto del pittore veronese Pierluigi Meggiorini in merito al connubio tra legno e parola, tra pialla e penna, tra l’artigiano e il poeta; connubio che si è venuto a creare in occasione del restauro del portone di Piazzetta Scalette Rubiani al nr. 5 di fronte alla Società Letteraria di Verona nel corso del fine estate fino agli inizi dell’autunno scorso. Un progetto, quello proposto e curato dall’artigiano Aristide Vicentini, che ha richiesto un peculiare inserimento della materia poesia nella materia legno, invitandomi a comporre di mio pugno versi poetici propriamente dedicati al lavoro di restauro in corso e manoscriverli all’interno di un pannello provvisorio esposto a chiusura del portone, momentaneamente al posto delle ante che erano in fase di sistemazione. Tanto l’interesse pubblico destato quanto l’apprezzamento dei proprietari De Biasi, ecco che questa osservazione messa in risalto dal Meggiorini riflette il naturale desiderio di approfondire le ragioni possibili di un connubio tra restauro e creazione.

Così inizio ad articolare questo mio pensiero, in risposta ad un quesito indirettamente sollevato, partendo dal lato che più mi è idoneo, consono e naturale: ovviamente la poesia. E colgo l’occasione della pubblicazione dell’altisonanza di parole del genio Franco Loi, riprese in concomitanza alla sua recente scomparsa e riportate sulla pagina online di Interno Poesia, per sostenere ed argomentare, attraverso le sue considerazioni sulla poesia e i poeti, ciò che io stessa penso e vivo. Ossia quel suo valutare quanto i poeti non si educhino od escano da cattedre di poesia; quanto non ci sia didattica che possa sfornarne di formati e preparati, “anzi, la maggior parte dei poeti non ha frequentato le università e, soprattutto, le facoltà di Lettere. È interessante: pensiamo, ad esempio, a Montale, che era ragioniere, a Quasimodo, che era geometra. La poesia è qualcos’altro. È un movimento che attraversa l’uomo, scrivo movimento perché “emozione” nasce da moto. Il lavoro è una delle condizioni necessarie all’imparare a scrivere. È come il falegname con la sega, il contadino con la falce, che non sono andati a scuola, ma hanno acquisito quella naturalezza nell’uso dei loro strumenti attraverso la pratica continua, il lavoro – appunto. Bisogna lavorare, sbagliare, lavorare ancora, e più si lavora più si affina il mezzo, non solo la mano che fa, ma anche la nostra interiorità rispetto al mezzo.” – scrive Franco Loi.

E queste sue parole mi permettono di avvicinarmi proprio a quel termine lavorare che così manualmente ma anche emotivamente ha a che fare con il restauro e il rapporto con la materia viva. Ed ecco la liaison: recuperare e creare sono facce della stessa medaglia. Perché, si sa, nulla parte dal nulla: inutile ricordarlo, inutile negarlo. Sia nel recupero del lavoro fatto da altri – che si tratti di una cimasa, di una credenza o di un qualcosa di più imponente -, che nel proseguire un canale espressivo, che nasce già nell’oralità della notte dei tempi, per creare nuove soluzioni di scrittura e movimento poetico, l’abilità sta in entrambi i casi nel rispettare il preesistente e riportare a nuova vita qualcosa che ivi vi ha lungamente vissuto: l’anima.

Riconoscere l’anima alle cose significa trovare in esse da una parte la mano che le ha foggiate, dall’altra quello che già si riconosce nello stesso elemento foggiato, in questo caso il legno: la mano strutturale e armoniosa della natura che tutto ha già pensato e ha già armonizzato. La poesia non fa che raccogliere tutti questi moti dell’anima, presenti nell’uomo, nella materia, nel Cosmo e nelle cose, nonché nella mano stessa di chi scrive, e dare voce al silenzio, creare silenzio meditativo tra le parole, riportare alle orecchie del cuore e della mente le manifestazioni evolute del vivere e del viversi in questi passaggi. Attraverso la creazione di un nuovo dire per qualcosa che è già avvenuto fuori e dentro di noi, fuori e dentro le cose, fuori e dentro le situazioni, o per qualcosa che ancora avverrà ma che cala le radici nelle conoscenze ancestrali e nelle radici del mondo, si compie un atto poetico.

Recuperare e creare sono quindi entrambi processi che partono dallo stesso punto focale: quello dell’esaltazione e della messa in luce di quanto potrei azzardare definire inconscio collettivo in un termine tanto caro agli studi junghiani. Parlare in poesia di accadimenti emotivi e creazione di nuove modalità per portarli all’esterno, cercando di dare voce all’incomunicabilità apparente di certi moti, incontra lo stesso tentativo di riportare a nuova vita il tocco spento, ricoperto dalla patina inesorabile del tempo e rovinato dal passaggio degli accadimenti spazio-temporali di quanto lavorato nell’operato altrettanto emotivo (da “moto”) e nel sapere abile che sta alla base del “segreto del mestiere”. In entrambi i casi si cerca di portar fuori quello che è rinchiuso dentro, nascosto, perduto all’occhio e alle percezioni più immediate. E il restauro e la creazione diventano le uniche modalità possibili per far comunicare l’esistente con l’attuale, le radici con il presente, le origini con le visioni, anche attraverso dei cardini simbolo.

Quindi si può davvero parlare di un ossimoro? Dal mio punto di vista assolutamente no, se i risultati sono una calamita di attenzione e presa di visione modernissima che ha toccato occhi, cuore e macchine fotografiche di tanti passanti, e un portone riportato al suo vecchio splendore accanto a una poesia creata ad hoc come stella nuovissima e fissa al di là del tempo.

foto di Lorenzo Linthout Capirossi

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