A SPASSO CON BOBIN

“Cara Mariangela,

entro in punta di piedi nei libri di Bobin, paura di disturbare, di respirare troppo rumorosamente. L’ideale sarebbe essere uno qualunque dei fiori del mazzo sul suo tavolo o un suo libro un po’ impolverato. C’è tanta solitudine, sacra solitudine e silenzio lì da Bobin.

E ancora più esitante sono questa volta che non basta fare tappezzeria o polvere nel luogo dove lui scrive, ma ci si offre l’impresa di parlarne.”

“Cara Chandra,

è vero! Ero tutta presa dai miei problemi e camminavo senza vedere niente. Poi ho alzato la testa ed erano lì, immense e magnifiche e non più viste dall’anno passato, le ginestre. Forse le ho viste come Bobin guarda i suoi vasi di fiori. Sempre di più mi sembra che suo compito, o forse sua legge, sia quello, quella di custodire il vuoto, la sovranità del vuoto, appunto.”

Sei a Venezia e scopri, aprendo questo piccolo libricino portato in borsa come un compagno di viaggio segreto, che due delle poetesse contemporanee che più ami del tuo paese, la cesenate Mariangela Gualtieri e la milanese Chandra Livia Candiani si scrivono con il vecchio romantico stile della lettera per parlarsi di uno dei tuoi autori di prosa poetica preferiti francese e di cui consigli la lettura dei suoi libri anche alle cinciallegre e ai fringuelli sul tiglio, al gatto bianco che ti fa le fusa, e alla zuppa di lenticchie nel tegame: Christian Bobin. E queste due penne eccelse lo fanno proprio quella volta che la tematica toccata da Bobin è quella che in questo tuo periodo della vita ti è cara come un fiore che sta appassendo, come un gatto che ti sceglie in un giorno di pioggia, come una nuvola passeggera che incombe e poi sparisce dalla vista: il vuoto e la sua sovranità nel senso più pieno. Quella che parla sono io, quella che legge affacciata alle acque della laguna sono io, quella che non crede ai suoi occhi verdi in ascolto sono io. A volte si possono solo spendere toni di voce e regalare pagine eccelse ai gabbiani in volo, alle chiatte in transito sul canale, – che poi è lo stesso che dire – al proprio cuore lì in solitudine. Tanto devo alla poesia quanto a questo uomo di là dal confine, che utilizzando una lingua dai suoni che si accordano con alcune delle mie insospettabili corde più profonde, parla dell’estremamente semplice della vita, del piccolo e del trascurabile dettaglio di poco nulla e restituisce dignità, rilievo, spessore alla minima linea d’ombra, al più insignificante, in apparenza, passaggio di luce, che quasi non mi capacito di quanto questa combinazione di talenti, di anime grandi, di sensibilità in comunicazione possano cambiare i connotati del DNA di questa mia giornata. E portarmi ad affrontare questo vuoto oltre la me stessa di adesso e i miei versi. E portarmi a ridialogare con Dio. Adesso. Ora.