CONSIDERAZIONI DI POESIA

POESIA di Serena Vestene

Poesia. Poiesis – con il significato di “creazione”. Arte del saper far nascere dal nulla una struttura in versi per una comunicazione verbale anche di ciò che non lo è. E in una forma propria, poetica appunto. Spesso ci si chiede qual è il rapporto tra poesia e prosa. E personalmente osservo questi due mondi come mondi coesistenti, coabitanti, ma che come due binari ferroviari non si incontreranno mai. Si deve pensare che la poesia nasce come arte orale. Questa cosa viene spesso dimenticata. E come tale fa del suono, della sintesi, delle figure retoriche in uno studio dei versi, la base della sua espressione, proprio per poter stare sulla punta di 10 dita come un mantra. La prosa ha altri scopi. Scopi normalmente di comunicazione, di discussione argomentativa – non che la poesia non abbia anche contenuti sociali o affini – ma di certo con altri fini e si avvale di altre procedure di scrittura. Che le due sfere siano arrivate ad inquinarsi l’un l’altra generando quella che attualmente viene definita prosa poetica non sono certo io la prima a notarlo, seppur, nella quasi totalità dei casi, risulti a mio avviso un impoverimento di intenti a discapito soprattutto della forma poetica propriamente detta. Ma quello che vorrei venisse portato alla luce è l’aspetto dell’Es, di questo custode segreto, che trova legami con conoscenze, sensazioni e legami ancestrali. Se la prosa ha il compito essenziale dell’argomentazione e della chiarezza, la poesia è uno dei linguaggi d’arte dell’Es che trascende la lingua prosaica e si fa tramite di un luogo altro. Gli antichi si tramandavano canti del sogno che pescavano nell’inconscio. La poesia, pur avendo questa matrice comune, credo sia l’unica miccia a metterci in contatto con le nostre radici umane e spirituali. Il poeta quindi – parola che definisce a mio avviso l’indefinibile – diventa involontariamente portavoce di questa forza misteriosa che trascende – che lo si chiami Es, o daimon, nella definizione greca, o con qualsiasi altro nome -, ossia messaggero di questo custode segreto che gli opera attraverso, che cerca il tramite per comunicare da un luogo altro, che induce a portare alla luce visioni e intuizioni che si formano improvvise. Essere poeta è quindi essere un prescelto? È un destino? Portavoce di un qualcosa che ricorre ai simbolismi della parola scritta per evocare conoscenze che arrivano da un mondo che lo precede, qualcosa che può sfuggire e che deve essere fermato, il suo viene considerato un dono, un talento. La sensazione è quella di vivere momenti extra-corpo, dove la mente e i sensi ricevono impulsi inignorabili che pretendono immediato spazio. Ed è così che la poesia, pur partendo ovviamente da una base necessaria e autobiografica, ma proprio perché guidata alla sorgente da questo Es (che amo personalmente definire un custode segreto) ci spinge poi fuori dal nostro seminato. Ci “vince”. Ma cosa vuol dire vivere da poeta? In fondo il poeta rimane comunque un individuo inserito in un tessuto sociale, qualsiasi rapporto o non rapporto esso intenda avere con esso. Ma allo stesso tempo il poeta – o la poeta – rimane poeta in qualsiasi attività esso sia portato a svolgere nel vivere quotidiano. Perché è ciò che mantiene inalterato che lo contraddistingue: ossia il suo sguardo sul mondo. Il suo approccio resta quello da poeta, sia che stia guardando la TV a tavola, sia che stia operando in altro modo nella società. E questo perdersi per ritrovarsi inoppugnabilmente in una dimensione altra è già di per sé fonte di salvezza dal nostro quotidiano umano vivere, spiraglio e aria che pare non ci appartenga ma che riscopriamo essenziale. Per questo la poesia “vince” anche chi se ne nutre da lettore. Perché sia che sia una sorta di elevazione all’estasi o sia uno sprofondamento negli abissi, ciò che conta è il viaggio e portare quel proprio sguardo dentro e fuori di sé . La parola acquista carattere di unguento tra la lama e la cicatrice, suono evocativo che cura, qualcosa che potrebbe essere avvicinato a una dimensione di sogno. Che poi, se vogliamo, poesia e sogno non sono altro che due dimensioni oniriche per la loro modalità di espressione e che vanno a pescare entrambe nell’inconscio. Forse proprio per la sua funzione evocativa dovuta al suono della parola è la poesia che riporta al momento della prima pronunciazione del nome delle cose, e quindi all’anticipazione di qualcosa che già era, è stato ed è prima ancora che sia. Una poesia è come una piuma scesa dal cielo, e al poeta sta il compito di coglierla per volontà dell’Es – custode segreto. La “ratio” la identifica come piuma ma credo che occorra lasciare che nella sua caduta e nel prendere tutto il vento che le compete ognuno arrivi all’attribuzione emotiva, spirituale, evocativa della tipologia di uccello alla quale appartiene questa piuma, e in modo che poi il messaggio diventi univoco e universale. È così che la poesia acquista autonomia, quando, pur partendo dal proprio sé e dal proprio vissuto, si fa tramite di questioni elevate a rango universale. Diventa la poesia di tutti, espressione di un Es – custode segreto – che con i momenti di intuizione ci attraversa. Solo così una poesia non viene più riconosciuta a distanza di tempo dal suo autore perché non tocca esclusivamente e propriamente un sentire privato cronologicamente fissato sulla carta ma qualcosa che si rinnova e può restare una verità intesa come vero sentire. La lingua-pensiero con la quale ci esprimiamo quotidianamente si confà all’attualizzazione di contesti e scenografie politiche e sociali. La parola poetica pesca dall’origine e pur utilizzando la lingua corrente si rifà alla meticolosità della fonte prima creatrice di suono, evocazione, mantra e ritorna al significato primo del dire, che si stacca dalla comunicazione tradizionale per diventare messaggero di un qualcosa che abbiamo perduto, forse dimenticato, forse confuso nel passare delle vite. La parola poetica non subisce il naufragio di una lingua perché arriva sempre al centro dell’essenza, muta nell’immutabilità perché resti sempre viva. Anche quando più poesie seguono logiche di scelta tematica, per ogni singolo componimento si riconosce una diversa miccia scatenante e sempre improvvisa, inspiegabile e portatrice di un messaggio che va oltre la piuma scesa dal cielo, per rifarmi alla simbologia usata in precedenza. Solo la forma ha bisogno di cura e di scelta, ma non sempre di tempo e di rivisitazione. Le regole della poesia sono solo nella sua struttura, non della sua venuta al mondo. Non ci sono condizioni consce che la favoriscono, e se anche ci sono, è quello che ci piace pensare ma di certezza non ve n’è nessuna. Come ogni altra forma d’arte rispetta leggi che non conosciamo se non le essenziali della tecnica, la cui attitudine non sempre si spiega del tutto razionalmente. Credo che affermare che tutto stia a quando questa forza opera non sia propriamente un azzardo, considerato che l’Es – custode segreto – comunica attraverso l’intuizione e quindi non è mai dato sapere quando questa si possa manifestare. Per questo c’è chi porta sempre il suo taccuino in ogni dove. E se mi capita che il contesto nel quale sono inserita non agevoli la scrittura, ripeto mentalmente dentro di me come un mantra “quelle piume” che mi sono cadute dal cielo per poterle fissare il prima possibile sulla carta.