Quando scrissi in un testo poetico per la prima volta “Tutto aveva già parlato”, era stato in riferimento allo stato di tremenda consapevolezza che, se “Sta crollando il tempio” ossia se sta crollando la nostra Madre Terra sempre più stuprata e sofferente, tutte le avvisaglie, le anticipazioni, le condizioni per il verificarsi di quello che ora è tragicamente sotto gli occhi di tutti erano già evidenti e lampanti da molto tempo. Ora mi ritrovo a fare lo stesso ragionamento per quelle che si stanno sempre più delineando essere le sorti dell’umanità pianificate dall’alto nel passaggio ecologico e transumano, senza che molti diano al momento troppa importanza alle avvisaglie, alle anticipazioni e soprattutto alle intenzioni che si celano – ma nemmeno poi così tanto nascoste – dietro alcuni provvedimenti, piani di intervento, modernizzazione delle procedure, giustificati in nome appunto delle sempre più imminenti “emergenze”, della comodità e la velocizzazione dei processi, e ovviamente, della sacrosanta e da tutti ricercata “sicurezza”. Se non fosse per la truffa semantica in atto da ormai molti anni (“emergenze” per “stato di polizia” e “sicurezza” per “controllo”), si potrebbe dire che l’interventismo dei governi di tutto il mondo stia andando nella direzione della risoluzione di una quantità infinita di problematiche (che senza di essi non avremmo !). Ma per fortuna c’è sempre l’arte e la letteratura a dare collocazione e forma alle cose, anticipando spesso i tempi. E così, quel “tutto aveva già parlato” l’ho trovato di recente nel libro di Laura Accerboni “Acqua acqua fuoco”, pubblicato da Einaudi già nel 2020 in pieno clima pandemico. Nata a Genova, classe 1985, residente attualmente in Svizzera, da me notata non a caso per l’omonimia con il fotografo genovese Carlo Accerboni, presente con i suoi scatti a parecchi eventi di cultura e poesia nei quali presenziai anche io con i miei versi e le mie opere, Laura Accerboni mi è arrivata dall’ascolto, qualche tempo fa, di una sua poesia contenuta in un video narrante il clima pandemico: “Aveva due / strade e / tre piazze / in tasca / per questo / il bambino / stava fermo / potevano / scivolargli / in qualsiasi momento / e la polizia / era proprio lì / a due passi.”. E se si pensa che in questa raccolta una sezione è intitolata “Social Credit System”, lei, a qualcosa che molti continuano a pensare come fantascentifico, irreale, impossibile e complottista, ha voluto dare stile e connotazione poetica già in anni precedenti agli attuali. Quindi, la Accerboni non ha fatto altro che scostare la truffa semantica in atto e capire che, per lei, “tutto aveva già parlato”. Laura ce lo rende con una poetica frammentata in versi brevi, spesso formati da una parola soltanto, una poetica spezzata e cadenzata così da fare da specchio perfetto alla realtà moderna, fatta di singoli e di brevità di informazioni tra loro in stile robotica. “Sono alta un metro e ottanta / gruppo zero / peso / settantacinque chili / ho un ottimo sorriso / degli ottimi denti / nessuna multa / o debito / in sospeso / soltanto / un tetto / addosso / per la maggior parte / del tempo. / (Quanto sale / se muoio / il mio punteggio?)”. “Ho cinque stelline / millecinquecento punti / posso viaggiare / ad alta velocità / e comprare / il dyson airwrap / I miei figli / sono sani / Non abbiamo / bisogno di niente / La mia porta / è sempre aperta / Non capisco / questo / metro e sessanta / di legno / che mi chiude / dentro”. “Fino al mese / scorso / ero un rating B / non potevo spostarmi / con i mezzi pubblici / e la mia razione / d’ossigeno / era limitata / quindi non / potevo camminare / a lungo. / Oggi / grazie / a giusti acquisti / e una donazione / di organi / volontaria / sono di nuovo A / e ogni mattina / ringrazio”. Possono essere letti tutto d’un fiato, questi componimenti narrano una vicenda talmente senza volto che essa può continuare all’infinito. Perdita d’identità, solo dettagli tecnici, nessun vero accenno all’essere umano narrante, che sta dietro dati, numeri, generalità. La spersonalizzazione e la riduzione a un mero ammasso di facoltà al servizio di un sistema imposto per la sola sopravvivenza di sé e dei congiunti, acquista, nello scandirli così precisi e accurati, valenza di realtà e di indiscusso presente: non c’è ancora , eppure sappiamo che è già qui. “Trasmettono / i bombardamenti / in diretta / ma non esce / niente / dallo schermo / le vene / restano composte / nei miei polsi / un quartiere distrutto / non entra”. Anche la narrazione di guerra e questo farsi scivolare addosso qualsiasi cosa venga dai mass media – senza alcun pensiero critico, senza alcuna volontà di comprensione, nella più passiva accettazione – aveva già toccato le corde poetiche della Accerboni; e ce lo svela lei stessa nei versi in copertina (“Ho fotografato / l’inferno / è sempre a fuoco / perfetto”) che i suoi fotogrammi sono arrivati direttamente dal “futuro”, in una maniera così pacata da sfiorare la più cinica ironia. Tutto è dato per assodato, come se stesse parlando di noi viventi in un campo di prigionia ma estranei noi stessi alla nostra stessa pelle: “C’è una stazione / al centro / del palco / qualcuno / ha dipinto / un orologio / per scandire / il tempo / poi ci è cascato / dentro / e non si è / più trovato / il corpo. / Qui arrivano / centinaia di / persone / ogni giorno. / Benvenuti / sul sipario / dove lasciare / vestiti / e anelli.” Non si può ignorare il richiamo a una dimensione da “Grande Fratello” di Orwell leggendo questi versi, dove lo spazio del pubblico è quello di assistere alla perdita di tutti i propri affetti personali in nome di una partenza verso una dimensione nuova, dove non esiste più confine tra sé e il resto, eppure ci si sente confinati più che mai in spazi non più vitali: è il paradosso di quella che viene spacciata per libertà moderna. Eppure “tutto aveva già parlato”, bastava solo ascoltare meglio …. Grazie Laura per avercelo fatto presente.

